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Il Social Café che profuma di umanità

11 Dicembre 2019

Il Social Café che profuma di umanità

di Nicolò Meschini

Il Bira si presenta come un’immensa fabbrica dismessa nella quale venivano prodotti frigoriferi. L’inverno scorso si arrivò alle 2500 presenze per via dell’emergenza freddo, montando dei tendoni all’interno per ampliarne la capacità. Al 3 novembre 2019 l’IOM registrava 1356 persone. Qualche settimana prima che cominciasse l’inverno bosniaco le persone all’interno dormivano in container della capienza di 7, 8, 9 persone, in letti a castello costituiti da tubolari metallici e materassi di spugna. Ora che il freddo è aumentato, le presenze all’interno del campo sono probabilmente aumentate e si vedono persone che dormono a terra all’interno e all’esterno dei container. All’esterno l’ambiente non è riscaldato per via della grandezza del capannone, costituito da cemento armato, pavimento sconnesso e pilastri metallici che sostengono la struttura. Alcuni si sono comprati da sé delle tende da campeggio posizionate lungo una lunga parete libera del capannone, altri dormono su dei materassi avvolti nelle coperte. La luce filtra soltanto attraverso grandissime lastre di vetro opaco e sporco: tutti fattori che contribuiscono a creare quell’atmosfera cupa e grigia che diviene quasi insopportabile durante l’inverno. Gli unici spazi riscaldati sono i container sovraffollati e la mensa, che chiude al di fuori dell’orario dei pasti; fuori solo neve e basse temperature.

Le giornate sono scandite dalle innumerevoli file in attesa di qualcosa: per i pasti nel campo distribuiti in un’apposita zona mensa, per le uscite controllate dal campo, per entrare al supermercato adiacente. L’entrata nei bar e nei ristoranti è per la maggiore parte impedita dai gestori, baristi e ristoratori. Si nega qualsiasi possibilità di essere cliente alle persone con tratti somatici e abbigliamento da migrante (succede spesso anche a me per via della carnagione scura e della barba). Si concretizza una segregazione razziale verso persone etichettate come profughe per via dell’apparenza. Chiedendo le motivazioni di accesso vietato per i migranti ai gestori, le risposte sono sempre le stesse: puzzano, sono riconoscibili visivamente ed allontanano la clientela locale, “la polizia fa questioni e poi turbano il quieto vivere del bar”.

Passeggiando per strada le persone migranti rischiano di essere fermate dalla polizia, controllate, talvolta deportate al campo di Vucjak sulle montagne, anche se in possesso del tesserino che certifica la registrazione al Bira. “Non esco da 20 giorni”, dice Mohammed, ragazzo pakistano di 19 anni. “Non mi va che le persone mi guardino storto soltanto per le mie caratteristiche fisiche e i miei vestiti”. La gestione da parte delle autorità locali risponde oramai a un solo imperativo: allontanare le persone migranti dalla vista dei residenti, confinarle all’interno dei campi, nella speranza che la rotta cambi zona di transito nel più breve tempo possibile e magari ottenere voti in più sventolando la bandiera della vittoria e della risoluzione del problema.

“Croatia, Slovenia Police problem”, teste fasciate, braccia ingessate, gambe azzannate. Fratture fisiche e psicologiche. Gravi stati depressivi causati dal non-luogo in cui si sopravvive, attendendo un destino simile al gioco d’azzardo – The Game. La posta in gioco è la vita, a rischio di spari e botte della polizia croata, trattamenti inumani e degradanti, squadre paramilitari che pattugliano i boschi, animali selvatici (orsi, lupi e cinghiali), zone minate e tanto freddo.

Si sognano opportunità di studio e di lavoro, una condizione di normalità in cui poter costruire la propria vita. Una fuoriuscita dallo schifo della condizione attuale. Storie di violenze, di vite sospese, di diritti inesistenti, di dignità calpestata, di umanità negata. In un regime di questo tipo migliaia di persone annullano la propria esistenza, trovandosi senza vie di fuga legali per proseguire il loro viaggio, alla mercé dei trafficanti di persone.

Nel precedente articolo vi accennavo del progetto del Social Café e ve lo voglio descrivere partendo dalla situazione che vi ho raccontato poche righe fa. Innanzitutto, il Social Café rappresenta un luogo di socializzazione, aggregazione e ricreazione. L’appuntamento mattutino quotidiano per il tè diventa il momento in cui le persone hanno possibilità di ritrovare la propria dignità e la propria identità personale senza essere etichettate come migranti. Diventa un punto di osservazione dall’interno. Ci si parla e ci si ascolta in maniera rilassata, ci si conosce, si scoprono moltissime cose. Chi ha maggior confidenza condivide episodi violenti e feroci con tranquillità disarmante, ma anche sorrisi e speranza verso il futuro. È un ambiente percepito come sicuro dalle persone che vivono nel campo, in cui non è presente la security (la vigilanza è gestita da una compagnia privata ed è pagata dalla IOM, quindi presente in tutte le zone del campo). È una zona interna al campo pensato e gestito dalle volontarie e dai volontari, dalle operatrici e dagli operatori di Ipsia Ong in cui incontrare ed incontrarsi, raccontare e raccontarsi. Si scambiano gesti e parole tra persone, denunce e ascolto all’interno di un luogo inadatto per vivere, dai caratteri e dagli habitus simili a quelli di una prigione. Grazie allo spazio della mattina ed alle relazioni nate da questo è stato possibile inserire attività pomeridiane ricreative, sportive e culturali. Il martedì vengono svolti laboratori manuali di bricolage, decorazioni e costruzioni. Il mercoledì si proiettano film scelti insieme alle persone che frequentano il Social Café. Il giovedì è il pomeriggio dei corsi di lingua italiana ed inglese, mentre il venerdì ci si dedica allo sport.

Cosa è dunque il Social Café? Persone, relazioni, condivisione e rispetto. In un luogo in cui le identità personali sono annullate, in un sistema in cui i paragoni alle logiche dei campi di concentramento e delle segregazioni razziali non sono per nulla forzati, questo modesto chiosco piazzato al lato di un gigante capannone è come un salvagente per le persone costrette a rimanere in questo campo. Io sono qui, li vedo arrivare, li vedo passare, a volte li vedo sorridere. Questo approccio alle persone dovrebbe essere la normalità, al di là delle etichette con cui veniamo identificati. Qui come altrove.

 

Aggiornamento: il giorno 10 dicembre è iniziato lo sgombero del campo di Vucjak, sono partiti sette autobus per Sarajevo di circa 350 persone “volontarie” che volevano essere trasferite, piuttosto che passare l’inverno in un “luogo vergognoso che non avrebbe mai dovuto essere aperto” (Dunja Mijatovic, Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa). I media locali hanno molto pubblicizzato questo trasferimento, visto come una risoluzione al problema del campo, senza in realtà trattare dell’ulteriore presenza in città delle persone non registrate presso il campo Bira, né in nessun altro campo profughi OIM, e non volenterose di essere trasferite altrove per via del loro obiettivo: raggiungere l’Europa. La gestione del flusso migratorio rimane puramente emergenziale, senza possibilità di intravedere programmi e strategie europee di medio e lungo periodo e, soprattutto, che possano ridare dignità e possibilità di autodeterminazione alle persone vittime di queste politiche.

NB: al 10 dicembre è stata istituita la Giornata Mondiale per i Diritti Umani.

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